Architecta 2014 - Andrea Resmini alle Officine Patelli

Sabato sera c’è stata la serata UX book club alle Officine Patelli. Questa volta il buon Paolo ha portato Andrea Resmini , architetto dell’informazione, da noi in studio. Il risultato è stata una serata con una lunga chiacchierata su l’esperienza utente nella sua accezione più ampia.

Photo @albertatrebla

Tre piccole premesse:
1. Il 7-8 novembre c’è stato il Summit Italiano di Architettuta dell’informazioni, abilmente organizzato da Architecta. Pare sia stato incredibilmente migliore di quello dello scorso anno, che già era una bomba.
2. Dico “pare” perché né io né il bel Sandro siamo riusciti a partecipare quest’anno (sadface). Ospitare la serata con Resmini + UX book club era il nostro timido modo di contribuire al tutto.
3. Io sono solo un povero manovale del web, una sorta di artigiano, un falegname 2.0.
Andrea Resmini è un architetto, diciamo un Frank Gehry 2.0.
In questo post sono un falegname che tenta di riportare i concetti venuti fuori da una chiacchierata con Frank Gehry. Per giunta un falegname che, ospitando la serata, era spesso distratto/assente per doveri domestici.

Questi sono gli appunti rivisti e corretti di sabato.

Architetti dell’informazione

Un architetto dell’informazione progetta spazi, progetta esperienze che hanno a che fare con l’informazione. Affronta questioni come “Quali sono le informazioni da visualizzare sulla A1 al fine di renderla più sicura? Dove le mettiamo? Quando? Come? Perché?” oppure “Progettiamo l’esperienza utente di un genitore che vuole mandare la figlia in estate a studiare all’estero. Dalla scelta della destinazione, a quella del college alla prenotazione del volo”.
Allo stesso modo degli architetti “classici”, gli architetti dell’informazione, conoscono tutte le discipline chiamate in causa (grafica, contenuti, programmazione, app native etc.) e riescono ad avere una progettualità impensabile per altre figure inevitabilmente più specializzate.

Digimoderno a bomba

Le tecnologie digitali hanno modificato profondamente le pratiche narrative. Le storie (e come esseri umani ci piacciono tanto le storie) vengono costruite e veicolate nei modi e attraverso i mezzi più vari.
Siamo passati da una narrazione moderna a una narrazione postmoderna e adesso stiamo vivendo quella che Resmini definisce digimodernità. Provo a spiegare.

Fedele riproduzione della lavagna di @resmini

La narrazione moderna è una narrazione che segue l'ordine cronologico. Prevede uno sviluppo lineare della storia, dei protagonisti, degli ostacoli e una risoluzione finale. Tipo Promessi sposi.

Quella postmoderna è invece una narrazione destrutturata, complessa. Si potrebbe dire (ed è stato detto sabato) che è il trionfo dell'hashtag :-)

La narrazione postmoderna è fatta di continui rimandi e citazioni, è disseminata di spazi bianchi che il lettore è chiamato a riepire trasformandosi in co-autore della storia. Resmini fa due esempi: Dracula, dove Stoker non segue la linea temporale, ma il romanzo è costruito attraverso una serie di storie ambientate in luoghi e tempi differenti, storie che il lettore mette insieme ricostruendo progressivamente una mappa unica delle vicende. Allo stesso modo, l'Odissea di Omero – che ha inizio quando la guerra di Troia è finita da sette anni – presenta la mappa dei luoghi attraversati da Ulisse attraverso una serie di flashback.

Nel web il paragone è l’hashtag o i tag (o folksonomia). La lettura, la fruizione del contenuto non è necessariamente temporale ma può essere ricombinata in altro modo.

Il digimoderno è una figata: come esseri umani abbiamo bisogno di ordine. Altrimenti non si vive. Il punto è che non esiste un solo ordine. Esistono tanti ordini tutti ugualmente validi.
Noi siamo in piena fase digimoderna.
Unico esempio che mi viene in mente: Io faccio un tweet, che poi viene incluso di uno Storify che poi viene condiviso su Facebook. Si tratta di modi diversi di leggere e contestualizzare uno stesso messaggio, che quindi assume nuovi significati e magari ne perde alcuni ogni volta che passa da un "contenitore" all'altro, da un flusso a un nuovo flusso.

Il designer, originariamente, aveva un ruolo leader nel progettare l’esperienza utente. Ora il designer progetta il contenitore e l’utente ha un ruolo attivo nella creazione del messaggio e nel veicolare i suoi contenuti.

Digitale reale

Facebook non è reale. Allo stesso modo un film non è reale. Allo stesso modo una rappresentazione teatrale non è reale.
Noi spettatori però ci immedesimiamo in quello che vediamo e di conseguenza proviamo emozioni. Si chiama Embodied cognition (in italiano simulazione incarnata) e vuol dire che idee, pensieri, concetti e categorie sono in qualche modo plasmati da aspetti corporei e da quello che vediamo/sentiamo/percepiamo.

Il digitale è reale in quanto noi (utenti in questo caso) lo “viviamo” e ne facciamo esperienza in prima persona.

Adolescenti

Utilizzando la figlia 13enne di Resmini come test-case c’è stata una sorta di analisi di come comunicano gli adolescenti.
Ne sono venute fuori di ogni.

No more email

Le email sono sconosciute. Whatsapp, Kik, Instagram, Snapchat. Il telefono fa tutto tranne che telefonare.
Resmini (e immagino non solo lui) la vede come semplice evoluzione: la mail è solo uno degli step nell'evoluzione della comunicazione.
Per noi prima c’era la lettera, poi è arrivata la mail. Per gli adolescenti prima c’era la mail, poi è arrivato non si sa cosa ancora.

Musica e foto osè

La musica si ascolta e basta. È immateriale. Poi sì, c’è chi compra i supporti fisici, ma non è necessario. Tra Youtube, Spotify, iTunes etc è tutto disponibile subito. E spesso non è percepita la differenza tra scaricare un torrent di un album, sentirlo su Youtube o su Spotify.

In america hanno bloccato un teenager perché condivideva delle foto osé di un’altra ragazzina. Il problema vero è stato quando la polizia ha scoperto che è la prassi farlo all’interno della scuola. Alla luce del giorno, tutti.

Due tipici esempi di norme sociali (in questo caso copyright e privacy) che vanno cambiate/aggiornate. Il problema è capire come.

Un falegname più consapevole

Questi sono solo alcuni spunti, quello che mi ricordo, di quello che è stato detto sabato sera in Officine.
Penso sia bello e stimolante sentire un’analisi lucida e chiara sul mondo che sto e stiamo vivendo (e che mi dà pure da vivere).
La percezione che ho avuto è stata che da un lato non abbiamo il controllo di quello che sta succedendo. Sta succedendo e basta. Avremo consapevolezza delle conseguenze solo più avanti. Tutto questo spaventa, ma al tempo stesso è estremamente affascianante.
Da un altro lato avere un punto di vista “dall’alto” permette di capire meglio chi sei, cosa stai facendo e perché. Non è poco.

Grazie ad Andrea Resmini, a Paolo e a tutti per la serata e per l’ubriacatura di informazioni :-)

ps. un immenso grazie a @antodiomene che padroneggiando l'argomento ha reso leggibile questo testo.