Indie Summit a Brighton

Quanto valgono i fatti tuoi?

Google e Facebook hanno creato una serie di servizi che ormai fanno parte della nostra vita quotidiana (privata e professionale).
Questa pletora di servizi (Gmail, Google Maps, Google Drive, Google docs etc) è completamente gratuita non perché FB e GOOGL sono generosi ma perché il loro modello economico si basa sulla raccolta di quanti più dati possibile.
Tutti i servizi, le applicazioni, i giochi, i telefoni sottoprezzo, i computer chromebook offerti alle scuole hanno come scopo quello di farci dare i nostri dati a questi colossi.
Non a caso funzionano splendidamente. E non a caso tutti quelli che usiamo quotidianamente sono posseduti o dall’uno o dall’altra: Gmail, Google maps, Facebook, Whatsapp.

Come se uno ti proponesse di consegnare la posta gratuitamente in cambio di poter sbirciare dentro e aggiungere dei depliant pubblicitari correlati. Simpatica come cosa, no? :)

Fin qui, ci siamo.

Chissene?

Questo scenario si è evoluto talmente tanto che queste aziende sono diventate a tutti gli effetti i detentori di tutte le informazioni che ci riguardano che circolano online, personali e non. Dalle ricerche che facciamo sui motori di ricerca alle foto di amici. Dai nostri viaggi alle nostre fatture.
Ora, di per se è lecito decidere di pagare l’uso di questi servizi con i propri dati personali. Siamo grandi e possiamo decidere.

Ci sono però due side effect non da poco:
1. L’effetto “fumo passivo”: non solo Google sa tutto quello che ho fatto e faccio online. Google ottiene di riflesso moltissime informazioni riguardo le persone che interagiscono con me, dalla fidanzata (che non ho) al datore di lavoro. Se mi dovesse nascere un figlio (e qui ha senso chiedersi come, dato che non ho la fidanzata), Mr.G saprebbe che faccia ha (il riconoscimento facciale è lo stesso di Picasa), chi sono i parenti e gli amici (Gmail), ovviamente dove abita (Contatti e GMaps), abitudini varie e in che situazione familiare si trova. Tutto questo senza che l’ipotetico Decarola junior si sia dotato di un account! Lui dovrebbe avere lo stesso diritto che ho io di scegliere di dare o meno i dati a Google. No?
2. La pericolosità della situazione che si crea dove c’è un solo soggetto proprietario di tutte queste informazioni sensibili. Potrebbe succedere, ad esempio, che qualcuno come un governo o un ente governativo (l’NSA), decida di ottenere in blocco TUTTE le informazioni riguardo una persona o di TUTTO un gruppo (più o meno grande) di persone. Questo soggetto avrebbe accesso a tutto. T-u-t-t-o.
Odio ipotizzare scenari catastrofici, ma lo farò lo stesso: e se dovesse cambiare il governo e improvvisamente qualcosa non è più tollerato? Ad esempio pensa a una sciocchezza come scaricare la musica o guardare film in streaming. O a qualcosa di più serio come gli omosessuali in Iran o in Russia.
Insomma stiamo parlando della vita di noi stessi. Dei cavoli nostri.

Siamo realisti

Togliersi questi servizi però, è impossibile. Siamo realisti, dobbiamo lavorare e dobbiamo vivere. Funzionano troppo bene per farne a meno.
Un’alternativa, allo stesso tempo, non sarebbe male.
Immaginando quell’ipotetico figlio che vuole farsi gli affari suoi e condividere ciò che vuole con chi vuole, direi che è necessaria, questa alternativa. Altrimenti c’è Orwell.

Queste alternative esistono.
Esiste l’alternativa a Gmail. A Google Maps. Certo non mi riferisco alle mappe di Bing (che fanno pena) o alle email di hotmail (che fanno ancora più pena delle mappe di Bing).
Parlo di alternative libere e che non hanno nessuna azienda assetata di dati dietro.
Il limite è che queste alternative non sono facilmente fruibili dall’utente generico. Della serie: o sei uno smanettone/appassionato oppure non ci riesci perché è troppo difficile.

Ind.ie

Il movimento Indie entra in gioco qui. Aral propone e promette di creare una serie di servizi in modo che ci sia quell’alternativa necessaria. Servizi liberi e comodi da usare, con un’esperienza utente degna dei grandi colossi come Apple (Aral lavorava per la Apple, appunto).
Di più: nel giro di un anno promette di mettere sul mercato un telefono, indie Phone, libero da queste logiche di mercato malsane.
Lanceranno ufficialmente la campagna di crowdfunding il giorno 8 novembre 2014 ma prima faranno un Thunderclap(che è solo una delle figate che ho scoperto a Brighton).
Insomma ovviamente il mio invito è quello di seguire un minimo il dibattito sui diritti digitali. Ind.ie incluso.

Poi per quanto mi riguarda, un telefono lo hanno già venduto.

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Tanta bella gente che fa belle cose

Oltre a Indie phone, il summit a Brighton è stato un continuo prendere appunti sulle persone che si alternavano sul palco, quello che facevano, quello che avevano fatto.
Ne ho presi talmente tanti che ne è venuta fuori una lista di link e riferimenti a belle persone da seguire (che in qualche modo erano brave in qualcosa e tecnicamente eccellenti in qualcos’altro), di applicazioni, device, scatolette da attaccare al computer e altre diavolerie da provare o almeno da guardare più nel dettaglio.
Qui ci sono anche gli appunti in versione grezza del giorno uno e qui quelli del giorno due, ma vi consiglio la versione rivista e corretta.

Guarda gli appunti

Andrea
PS. Per il summit ero vestito così
Braveheart